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Dalle macchine da caffè alle opere d'arte.

Ieri sera, al polo milanese d’arte e design di Lambrate si sono tenute numerose inaugurazioni.
Il colosso dell’arte contemporanea De Carlo, ma anche Pianissimo, Francesca Minini, De March, Prometeo Gallery ed Enrico Fornello hanno presentato i loro artisti in un’unica serata dedicata all’arte dei giorni nostri.
 
Dopo anni di abbandono, di dominio visivo di fabbriche vuote e fatiscenti, la periferia industriale
della zona est di Milano si è reinventata divenendo un polo attrattivo di design, arte e differenti culture.
Artisti, critici, addetti ai lavori (tra cui vip del calibro di Cattelan e Bonami), ma anche studenti universitari e semplici appassionati, si sono riversati nelle strade di quello che, ormai da qualche anno, è un distretto creativo in continua evoluzione.
 
Nato dall’idea visionaria degli architetti Mariano Pichler e Gianluigi Mutti, la gigantesca ex Faema è diventata un luogo in cui accanto alle fabbriche sopravvissute, si susseguono esigenze alternative dell’abitare, gallerie d’arte e di design, agenzie pubblicitarie e studi di architettura e grafica. Qui ha sede la Scuola Politecnica di design frequentata da centinaia di studenti stranieri oltre che alcune case editrici, radio, librerie, società di comunicazione, espositori di prodotti di design, e spazi location dove spesso vengono proposti eventi culturali.
“Laddove si facevano indistruttibili macchine del caffé per bar, si trasferì la redazione di Abitare e il gallerista Massimo de Carlo.” - spiega Pichler - “Una rivoluzione non da poco. Poi venne la ex Dropsa e in luogo degli olii per lubrificazione arrivarono Francesca Minini e la galleria Klerks.” Poi fu la volta della ex concessionaria della Hyunday, dove si trasferirono Pianissimo, Zero, Ca di Frà e altre gallerie. Recentemente la nascita del Lambretto Art Project e così via.
E a chi gli chiede se la zona non sia troppo poco centrale il collezionista-imprenditore-immobiliarista risponde:
“Lambrate, dove si trova Via Ventura, è la periferia più servita di Milano. Una stazione del metrò, una stazione ferroviaria nazionale, l'aeroporto di Linate, due uscite della tangenziale est, due capolinea di bus e metrò, due parchi cittadini, un fiume - che un giorno sarà trasparente - due centri sportivi, tante scuole per tutti i credi e lingue, tanti supermercati fra i quali il più grande e il più economico di Milano, due Chiese, una bella Piazza rotonda con 100 alberi con sopra ognuno la targa commemorativa di 100 partigiani caduti a Lambrate (piazza delle Rimembranze). Non manca nulla, manca forse un museo. Magari d'arte contemporanea. Per pensare al futuro.”
 
Difficile annoiarsi insomma... Ce n’è per tutti i gusti!
 
Entrando da Pianissimo ci si scontra con il dramma del terremoto dell’Aquila. È interessante il lavoro di questa galleria che presenta la seconda personale li Lucia Uni, ragazza aquilana che propone un lavoro maturato nell’arco di un anno, durante il quale l’artista ha seguito da vicino l’evolversi della situazione nel territorio aquilano, dall’emergenza iniziale alla massiccia operazione di interventi e puntellamenti resi necessari dalla pericolosità delle strutture architettoniche colpite dal sisma.
S.Domenico è il titolo dell’opera che rievoca la messa in sicurezza di una delle tante chiese aquilane danneggiate, l’ossatura in legno della sua facciata, una porzione della sua ‘sezione aurea’ e infine una gabbia.
Le immagini in mostra sono ancorate ad impalcature e nell’insieme costituiscono la visionaria ricostruzione della città, nel tentativo di farla coincidere con il suo simbolo imprescindibile: l’aquila dorata, il sogno e l’apologo che era già nella mente dei padri fondatori e animale sacro nella tradizione di molte culture.
Tutte le foto esposte sono collages di foto scattate dall’artista nel cosiddetto ‘cratere’ e foto documentative provenienti dall’archivio di stato. Le immagini della città distrutta sono sovrapposte a quelle del corpo intatto dell’animale. Il risultato è la rappresentazione dell’innesto tra la devastazione operata dalla natura e la tenacia nel risollevarsi, quale topos del carattere degli aquilani, che più volte, nel corso dei secoli, hanno ricostruito la città. La mostra è un documento eloquente, un ulteriore appello alla ricostruzione di L’Aquila e i suoi borghi.
 
De Carlo invece propone due artisti per la prima volta in Italia: Elad Lassry e Josh Smith, e la galleria brulica di celebrità.
Lassry, di origine israeliana, ma che vive e lavora a Los Angeles, espone una serie di nuovi lavori fotografici che catalizzano subito l’attenzione del visitatore.
L’artista intende la fotografia come semplice strumento asservito alla sua volontà, eliminando in un sol colpo la dialettica fra mezzo e messaggio. Con una tecnica prodigiosa riproduce in maniera maniacale animali, oggetti, ambienti e persone di cui esalta la brillantezza dei toni, le luci e le ombre in un perfetto equilibrio formale e compositivo.
 
Qualche porta più in là, nel grande cortile di Ventura 5, da Federico Luger si entra soltanto armati di una torcia elettrica: Top Secret Group Show propone infatti una variazione al contesto tipico del “white cube” che permette allo spettatore un’interazione diversa con le opere d’arte: non più grandi spazi espositivi bianchi e neutrali, ma opere esposte tcompletamente al buio. Ogni opera scelta per questa mostra, si legge, è una riflessione sul segreto, un segreto che necessita di essere illuminato...
 
Spostandosi in Via Massimiano si rimane stupiti difronte all’intera facciata del numero civico 25 ricoperta di un intreccio di elementi floreali, cui si sovrappone una bizzarra fauna artificiale fatta di animali meccanici, innaturali, artefatti. È l’installazione-wallpaper di Francesco Simeti che trasforma la percezione dell’edificio attraverso l’utilizzo di una carta da parati da lui progettata.
 
La Galleria De March infine sembra un appartamento, si entra e viene da chiedere “permesso?”. Le opere che espone sono dell’artista tedesco Andreas Golinski, che attraverso pezzi di carpenteria metallica avvitati e appoggiati su di un minuscolo crepi doma, misteriose forme angolari, geometrie delle cornici, dei dettagli degli edifici presentati in mostra come collage allestiti su grandi nastri di gomma nera, riflette su alcuni temi cruciali per l’analisi del milieu del nostro tempo.
“Lo spazio è curvo o diritto?” si chiedeva Mario Merz nel 1974. Oggi lo spazio sembra essere ‘piegato’, fenomeni come jet-lag e dèjà-vu e soprattutto dispositivi del racconto come ellissi e il flash-forward sembrano essere in qualche modo metafora. Esplorando i confini incerti tra memoria, inconscio privato e collettivo ed architettura, l’artista riesce a produrre una sintesi poetica della spazialità contemporanea, un continuum senza attriti disegnato da pieghe deleuziane in cui spazio e tempo sembrano toccarsi, testa e coda. (mp)