Digital social innovation: il blog

In questo blog multiautore, esperti dei diversi ambiti di applicazione della digital social innovation ci racconteranno le loro esperienze: leggi i loro contributi, condividili con i tuoi amici e dì la tua. 

Smart community, empatia, cittadinanza attiva, nuovi modelli educativi, performing media, resilienza

Smart community, empatia, cittadinanza attiva, nuovi modelli educativi, performing media, resilienza

Proviamo ad entrare nel merito. Perché è così importante parlare d’innovazione sociale "mentre il mondo cade a pezzi” come canta Marco Mengoni a Sanremo?

Prima di tutto perché in quel concetto risiede la risposta a una delle tante domande rimaste inevase da un sistema  sempre più obsoleto.
A quale domanda?  Quella che chiede quale possa essere un altro modello economico possibile.
La risposta è generale (non generica) e riguarda l’etimo della parola economia: la buona gestione della casa e, giusto per estendere il concetto, del bene comune.

L’innovazione sociale è, in questa fase di radicale transizione, il miglior processo sperimentale attraverso cui è possibile individuare altri modelli di gestione del bene comune, diversi  da quelli già consolidati.
Si tratta di rilevare cioè le peculiarità innovative per fare dell’iniziativa sociale un modello di sviluppo paradigmatico. Sia chiaro: è di innovazione che si tratta e non solo del tessuto sociale di riferimento.

Entriamo nel merito, quindi.
Trattando dell’innovazione sociale emergono continuamente, come in tutti i fenomeni di sostanziale innovazione, concetti nuovi che sottendono pratiche non prevedibili fino a qualche tempo fa.

Da una parte l’innovazione sociale si rivolge a tutto quel mondo dell’impresa sociale che fino a qualche tempo veniva definita del “terzo settore”, enti di natura privata ma volti alla produzione di beni e servizi a destinazione pubblica, ovvero quelle realtà che si attestano in un’area intermedia tra Stato e Mercato.
In questa ottica è opportuno considerare, però con un netto distinguo, anche tutte quelle imprese che sulla base della cosiddetta social responsability s’impegnano a gestire efficacemente le problematiche d'impatto sociale ed etico, al loro interno e nei territori in cui operano. Sulla stessa linea inserirei anche quelle imprese, comprese le giovani start up, che si rivolgono con prodotti e servizi innovativi alle fasce deboli della società.

Dall’altra parte, ed è il versante vero cui oriento il mio sguardo, c’è un’innovazione sociale che riguarda mondi e modi di creatività sociale che stanno tracciando una strada di netta riconfigurazione dei modelli predefiniti di organizzazione sociale.

E’ particolarmente in questo ambito che il web sta facendo la differenza. E più precisamente il web 2.0, così definito perché rappresenta più che un update tecnologico un’evoluzione antropologica che si espande nel comunicare da molti a molti, dove la partecipazione attiva è cardine.
Un dato che la rivoluzione dei social network sta dimostrando già da qualche anno e che io teorizzo dal secolo scorso.
Ma non basta affidarsi agli automatismi efficaci delle reti, c’è bisogno di rilevare le peculiarità d’innovazione sociale che insorgono grazie a tecnologie abilitanti che liberano energia progettuale e di auto-organizzazione. Ed è proprio di questo che si tratta: definiamoli, seguiamoli dal di dentro. Questo è il mio intento.

E’ il caso della smart community, così intesa per dare senso e sostanza al piano delle smart city, per cui l’intelligenza di sistema (grazie a infrastrutture che ottimizzeranno i consumi energetici e controlleranno i flussi della mobilità urbana) si attuerà solo grazie a comunità che riusciranno a tradurre in valore la loro intelligenza connettiva, basata sull’interscambio serrato non solo d’informazioni ma di pratiche.
In questa innovazione di processo c’è il valore fondante della sussidiarietà che tende a ridisegnare l’assetto della governance territoriale, riconoscendo l’autonomia delle comunità senzienti che grazie alle reti possono raggiungere straordinari risultati d’efficienza organizzativa, non ipotizzabili prima.

Da questa prima parola chiave mi connetto ad altre che segnano questo percorso di analisi. Una di queste è empatia di cui ho già trattato e che rappresenta il fulcro emozionale del comunicare. C’è una tensione ideale nell’empatia che va alimentata perché nello scambio inter-umano circoli del buon senso. Trovo decisivo individuare le modalità poetiche (e anche politiche) attraverso cui si possano sviluppare queste tensioni. E’ vitale.

Un’altra parola chiave è cittadinanza attiva, resa troppo generica, eppure penso possa essere declinata in modo più interessante, cercando di avvicinarla il più possibile ai nuovi modelli educativi, perché è decisivo coniugare apprendimento e responsabilità civile.
Una coscienza culturale deve essere in grado di misurarsi con l’ambiente sociale, per comprendere il mondo che ci circonda e che sta cambiando.
Viviamo in una Società dell’Informazione che deve inventare nuovi modelli produttivi e sociali, interpretando le possibilità in campo, a partire dall’uso strategico dei media come opportunità abilitante.

Parto da questo assunto per sviluppare il concetto di performing media che affonda le sue radici nell’ambito delle sperimentazioni tra scena e nuovi media per  approdare all’innovazione più performante, quella del social local mobile che ci permette di agire always on nello spazio pubblico.
Avvicinare l’idea di azione alla comunicazione è un dato non scontato e rivela l’energia sociale delle straordinarie potenzialità che proprio in questa fase si stanno esprimendo e vanno monitorate e analizzate. Mi occupo di questo più di tutto.

Concludo lasciando sul campo una parola chiave che considero strategica e vedo intimamente connessa a tutti i processi che ho qui descritto: resilienza.
Deriva dal latino resalio e significa saltare, rimbalzare ma anche danzare. Nella fisica dei materiali indica un’altra idea di resistenza ad una prova d'urto.
In psicologia sta a significare la capacità umana di affrontare e superare una crisi.
Quando si parla di smart city emerge spesso il concetto di ecosistema resiliente, lo si associa ad un’idea particolare d’intelligenza capace di rimodellarsi rispetto alla complessità degli eventi.

E’ un buon segnale da interpretare e seguire passo passo, no?



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