Digital social innovation: il blog

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L'economia circolare

L'economia circolare

L’economia circolare – basata sul riciclaggio e la condivisione – rappresenta un’opportunità da 4,5 trillioni di dollari da oggi al 2030. È un approccio indispensabile per attenuare la pressione sugli ecosistemi. Ma offre anche enormi benefici in termini economici, tanto da poter essere annoverata tra le leve strategiche per il recupero di competitività, sganciando la crescita delle economie dal consumo di risorse. E l’Italia ha già i suoi primi campioni: ora occorrono misure per promuoverne la diffusione.

Nel 2016 l’“Earth Overshoot Day” è caduto l’8 di agosto. L’Earth Overshoot Day indica la data in cui la domanda annuale di risorse dell’umanità supera ciò che la Terra può rigenerare nello stesso anno. L’anno scorso era il 13 agosto, nei primi anni Settanta era alla fine di dicembre. Nel 2016, quindi, in poco più di 7 mesi l’umanità ha consumato completamente il budget di risorse naturali a disposizione del pianeta per l’intero anno. L’economia circolare è una risposta ecologica al problema, con la sua reale capacità di incrementare la capacità degli ecosistemi di sostenere nel tempo un benessere sempre maggiore e per un numero sempre più grande di esseri umani. Questo tema, tradizionalmente considerato in un’ottica etica e ideologica, oggi si impone all’attenzione di tutti con urgenza, per motivi estremamente pratici, concreti e di impatto globale.

L’ECONOMIA CIRCOLARE: RICICLARE, CONDIVIDERE, COLLABORARE.
Le radici dell’economia circolare possono essere individuate nell’ecologia industriale degli anni Settanta, evolutasi nella rottura del sistema lineare tradizionale “dalla culla alla tomba”, sostituito da un approccio innovativo “dalla culla alla culla”, che sottolinea come i materiali di scarto possano avere nuova vita come materie prime seconde.
L’economia circolare rappresenta un nuovo modo di gestire la creazione di valore in linea con le esigenze di sostenibilità e di razionalizzazione dell’uso di materie prime, ed è l’evoluzione del tradizionale concetto di economia lineare caratterizzata da logiche di approvvigionamento-produzione-utilizzo-scarto. Prevede, infatti, un virtuoso e sinergico riutilizzo di tutte le risorse (materie prime, energia, spazio, momento di consumo ecc.) che rialimentano il ciclo produzione-consumo in un processo rinnovabile.
Gli impatti positivi dell’economia circolare derivano dall’adozione di pratiche di recupero, riuso, riciclo, condivisione e collaborazione. Tali pratiche permettono di sostituire le materie prime lungo le diverse fasi della catena del valore, siano esse di prodotti o servizi, a partire dall’innovazione in fase di concept e design, arrivando alla definizione di processi di recupero e di logistica inversa tipici della gestione dei prodotti al termine del loro ciclo di vita, piuttosto che alla ridefinizione dei modelli di business aziendali.

Per meglio comprendere le motivazioni che sostengono l’adozione dell’economia circolare basti osservare come nel 1900 si estraessero ogni anno 6 miliardi di tonnellate di materie prime (risorse minerarie, combustibili fossili, biomasse ecc.), aumentati fino a circa 60 miliardi nel 2010, che si stima cresceranno fino a 140 miliardi di tonnellate nel 2050 (cioè più del doppio rispetto al consumo attuale). Allo stesso modo, guardando ai rifiuti prodotti – ovvero all’“output” del nostro sistema – si conferma l’urgenza di intervenire: il trend prevede una crescita della produzione annua di rifiuti solidi fino a 2,2 miliardi di tonnellate al 2025, rispetto agli 1,3 miliardi del 20121. Infine, guardando al terzo driver, la domanda di consumo di beni e servizi, entro il 2030 si attende l’ingresso nei mercati di due miliardi e mezzo di nuovi consumatori della cosiddetta “classe media”, con un incremento quindi del 100% rispetto al 20132.
Il problema della pressione sugli ecosistemi in termini di inquinamento e di disponibilità di risorse naturali sufficienti a soddisfare la nuova domanda emerge quindi in modo drammatico, con potenziali impatti anche sui costi di materie prime ed energia, generando volatilità nei prezzi – una variabile critica da gestire per qualsiasi azienda impegnata a pianificare e programmare il fabbisogno di input per i propri sistemi di produzione.
E non si tratta di una previsione, ma di un fatto che abbiamo già sperimentato. Fino agli ultimi anni del Novecento le economie di scala, la knowledge economy e l’evoluzione delle tecnologie di estrazione e produzione hanno fatto sì che all’aumento dell’uso di risorse corrispondesse una tendenziale riduzione dei costi unitari. Con il nuovo secolo, per la prima volta nella storia dell’umanità questa corrispondenza si è capovolta: fino a poco tempo fa alla crescita dei consumi e della domanda, trainata in primo luogo dai paesi emergenti, è corrisposto un aumento dei prezzi dell’energia e dei materiali,
oggi nuovamente in discesa per un eccesso di offerta determinato da numerosi fattori geopolitici, monetari e di competizione economica. È quindi difficile pensare a un futuro di sviluppo che sia esposto alle condizioni appena descritte. Tanto meno è possibile immaginarlo se si prosegue nell’utilizzare risorse non rinnovabili, nel concepire prodotti con un tasso di obsolescenza elevato o che una volta prodotti vengano utilizzati solo per una minima parte del loro potenziale (basti pensare a una autovettura che passa il 90% del tempo in parcheggio, ma anche ai numerosi oggetti che una volta acquistati vengono utilizzati solo poche volte) e, infine, se si continua a gettare via interi prodotti le cui subcomponenti potrebbero essere recuperate e reimmesse nel ciclo economico.

COGLIERE L’OPPORTUNITÀ PER CREARE MODELLI INNOVATIVI.
Da questo quadro emerge però un’opportunità concreta per creare nuovi modelli economico-produttivi basati su una nuova combinazione: l’uso di fonti energetiche e materiali rinnovabili; il recupero, riuso e riciclo di materiali e componenti (che spesso contengono un importante valore economico residuo anche in termini di energia e lavoro impiegati per realizzarli); la progettazione di prodotti e soluzioni a cicli di vita estesi, il cui utilizzo possa essere condiviso, fino ad arrivare a modelli innovativi basati sulla vendita del prodotto come servizio o sulla condivisione dei prodotti stessi.
Questi nuovi approcci richiedono la creazione di ecosistemi innovativi, ibridi, che sono in parte digitali e in parte di ingegneria e fungono da ponte tra il mondo fisico e digitale. Si tratta soprattutto di tecnologie di controllo su asset fisici e/o sui flussi di materiali, che permettono di tracciare digitalmente lo storico, la posizione, lo stato e l’impiego e al tempo stesso forniscono nuove modalità per raccogliere, trattare e riprocessare i dati stessi. Un processo di cambiamento significativo che vede sfumare i confini tra mondo reale e mondo digitale: vanno così potenzialmente a mutare concetti di fondo come la catena del valore, la filiera, i confini tra industrie o tra le imprese for profit e le imprese sociali, il rapporto cliente-fornitore (sia business-to-business sia business-to-consumer).
Venendo ai driver che spingono verso l’adozione di questi nuovi modelli si possono identificare in primo luogo gli elementi economici puri come la scarsità e volatilità dei prezzi di input e materie prime, la pressione a creare valore nel lungo termine che gli investitori pongono ai ceo delle aziende in cui investono, nonché le policy internazionali – quali quelle sulla riduzione della co2 – che sollecitano le aziende a cercare soluzioni innovative a ridotto impatto ambientale. Un ruolo non secondario, infine, è quello giocato da un crescente numero di consumatori interessati al “contenuto di trasparenza e sensibilità” dei prodotti e servizi acquistati.
Come sempre, in un mondo competitivo l’opportunità sarà colta da chi interpreterà al meglio questa dinamica e da chi si muoverà per primo. In un’epoca di globalizzazione e competizione sistemica, a muoversi meglio, più organicamente e tempestivamente dovranno essere non solo le imprese, ma anche le istituzioni locali, regionali, nazionali o sovranazionali. In quest’ottica ha agito l’Unione Europea, che ha pubblicato nel dicembre 2015 un pacchetto di misure dedicato all’economia circolare e che intende mobilitare 24 miliardi di euro di investimenti attraverso InnovFin (eu Finance for Innovators) da qui al 20203. Questa può essere una opportunità di rilancio anche della competitività del sistema Italia in una logica sostenibile.

I CINQUE MODELLI DI BUSINESS.
Si possono identificare cinque modelli di business che caratterizzano le organizzazioni che si avvalgono di pratiche di economia circolare.
- Input circolari: approvvigionamento attraverso l’acquisto di energia rinnovabile, di biomateriali o di materiali riciclati quali prodotti sostitutivi degli input vergini.
- Recupero: sistematico recupero di materiali di scarto della lavorazione, cascami termici dai processi di produzione e dai semilavorati e di materiali dai prodotti a fine ciclo di vita.
- Estensione del ciclo di vita: ridisegno e reingegnerizzazione di prodotti e componenti per renderli idonei a riparazione, ricondizionamento e conseguente rivalorizzazione attraverso rivendita.
- Piattaforme di condivisione (sharing platforms): adozione di piattaforme digitali che abilitano la condivisione di beni, asset, prodotti con l’obiettivo di aumentarne il tasso di utilizzo.
- Product as a service: rendere accessibile l’utilizzo di un asset a chi ne ha bisogno senza trasferirne la proprietà, con l’obiettivo di ottimizzarne la produttività e rendere certo il costo di utilizzo all’utente finale, elaborando il concetto di pay-per-use, estendendolo e accompagnandolo alla creazione di servizi ancillari e di supporto.

A livello globale, tutti i modelli descritti sono già stati adottati con successo da numerose aziende – che hanno visto incrementare i propri ricavi e ridurre i costi migliorando i margini, creato prezioso valore intangibile grazie a brevetti e know-how, nonché mitigato numerosi rischi. Anche in Italia assistiamo all’emergere dei primi pionieri. Questi sono stati passati in rassegna nel recente libro Dallo spreco al valore in cui si mostra come organismi di primaria rilevanza sono già impegnati nel gettare le fondamenta in tale ambito, con l’obiettivo di trasformare in concreta realtà l’economia circolare e coglierne quanto prima i benefici.

COME PROMUOVERE L’ECONOMIA CIRCOLARE IN ITALIA
Delle esperienze concrete e delle prime evidenze a livello internazionale, è opportuno proporre alcune azioni a livello di policy che potranno contribure a una più rapida diffusione dell’economia circolare in Italia. 
Il primo punto vede certamente la promozione dell’economia circolare nei numerosi distretti industriali italiani per realizzare la simbiosi industriale grazie alla valorizzazione degli intensi flussi di materiali laddove, se tracciati e opportunamente gestiti, gli scarti di un’azienda possono essere input per un’altra, sia del medesimo che in un altro distretto.
Le tecnologie digitali svolgono un ruolo cruciale a supporto della tracciabilità dei materiali e delle componenti nelle filiere, per generare mercati dedicati non solo agli scarti di lavorazione ma anche alle aziende che eseguono trattamenti su tali scarti e a quelle che cercano le materiali trattati da utilizzare come input sostitutivo della materia prima di origine vergine.
Da un punto di vista normativo, la legislazione italiana di natura precettivo-sanzionatoria in materia di rifiuti è piuttosto sviluppata. Sarebbe quindi ragionevole basare le future leve di promozione dell’economia circolare su misure di premialità: ad esempio alleggerendo la tassazione sul lavoro, partendo dal presupposto che le attività tipiche dell’economia circolare – quale rigenerazione dei prodotti, recupero e trattamento dei materiali di scarto – sono tutte labor intensive. L’attuale sistema di tassazione è più penalizzante per il lavoro che non per l’inquinamento o l’uso di risorse naturali.
L’emergere dell’economia circolare sta di fatto spingendo verso una totale ridefinizione del concetto di rifiuto, trasformandolo da materiale di scarto a fonte di valore; le scelte di policy possono accompagnare e incoraggiare questo processo su larga scala.

Originally published by Aspen Institute Italia in Aspenia 74, September 2016
 



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