Digital social innovation: il blog

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«Il peggior nemico dell’innovazione sociale? La politica che non la capisce»

«Il peggior nemico dell’innovazione sociale? La politica che non la capisce»

Oggi vi proponiamo un' interessante intervista fatta a Paolo Venturi - Direttore AICCON riguardo il rapporto tra innovazione sociale e politica

di Francesco Cancellato

«È ora di finirla con questa retorica della cittadinanza attiva, del terzo settore che deve metterci una pezza!». Non sono frasi che ci si aspetterebbe da uno come Paolo Venturi, direttore di Aiccon, centro studi sull’economia sociale promosso dall’Università di Bologna e dall'Alleanza delle Cooperative Italiane, direttore di The FundRaising School, prima scuola italiana sulla raccolta fondi. Nelle sue parole, tuttavia, si coglie il senso di un’evoluzione necessaria: quella, per usare le sue parole, tra civicness e publicness. O se preferite tra l’idea che all’economia sociale vada riconosciuta come un pezzo del welfare italiano, e non più come un pezza, un rattoppo per arrivare dove lo Stato non riesce ad arrivare.

«L’evoluzione si chiama pubblica utilità», continua Venturi. E non a caso è su questa parola chiave che si è discusso a Imola, lo scorso 20 ottobre, nel festival organizzato da Fondazione Symbola e dal Comune di Imola, intitolato per l’appunto “Di pubblica utilità”. E che ha proposto, lungo tutta una giornata di discussioni, l’idea che «si debba dilatare il perimetro pubblico, che le istanze pubbliche non debbano più essere solo ad appannaggio della pubblica amministrazione», per usare ancora le parole di Venturi: «Per troppo tempo - continua - pubblica utilità è stato considerato un ossimoro. L’utilità era privata, la redistribuzione era pubblica. Oggi invece questa parole deve diventare un’endiadi. E in molti così già lo è».

Una visione innovativa? Mica troppo, se si pensa che, stando alla ricerca di Ipsos presentata proprio in occasione del festival da Nando Pagnoncelli, per il 76% degli italiani già oggi la pubblica utilità comprende attività che perseguono il benessere dei cittadini indipendentemente dal soggetto (pubblico o privato) che le svolge. E che il 40% tra loro è convinto che la cittadinanza non debba limitarsi alla fruizione dei beni pubblici, bensì debba partecipare attivamente alla definizione e alla realizzazione dei servizi di pubblica utilità.

Ok, quindi: ma allora dov’è l’evoluzione rispetto al civismo? «La differenza è che nell’interpretare una funzione pubblica, non devi più solo essere capace di avere un generico interesse per il generale, ma devi anche essere in grado di far partecipare attivamente le persone. Se no è solo una replica della responsabilità sociale d’impresa, o un’estensione privata della pubblica amministrazione», continua Venturi. La differenza, in altre parole, è nella capacità di cambiare i processi, più che i soggetti: «La cosa più bella è vedere una comunità che si prende una funzione pubblica senza che il pubblico gliela affidi, ad esempio», racconta. E il pensiero va immediatamente a quel 60% di aree interne del Paese, che in assenza di politiche pubbliche, appiattite sulle aree metropolitane e lungo le direttrici dell’alta velocità, hanno cominciato a costruirsi da sole il proprio percorso di sviluppo, organizzando cooperative per la produzione e la vendita di manufatti e prodotti agroalimentari, inventando e realizzando festival a lume di candela che attirano turisti e curiosi da tutta Europa.

Semmai la questione è capire come la politica possa rispondere a questa domanda di protagonismo da parte dei soggetti privati, delle imprese, del terzo settore, dei comuni cittadini. Se in altre parole la politica non vuole cedere spazio e funzione pubblica ad altri soggetti, pur in assenza di risorse, pur in un contesto di gratuità, in molti casi: «Il problema è che la politica non riconosce ciò che è al suo esterno come qualcosa che ha valenza pubblica - spiega Venturi -. Questa è una metamorfosi che ha a che fare con la democrazia. La democrazia è uno spazio aperto che dovrebbe valorizzare ciò che nasce dalla società. La dimensione democratica non si esaurisce nella politica e nelle istituzioni».

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Leggi l'articolo completo su "linkiesta.it" : http://www.linkiesta.it/it/article/2017/11/02/il-peggior-nemico-dellinnovazione-sociale-la-politica-che-non-la-capis/36039/

 



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