Digital social innovation: il blog

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Detroit, può una città vendere i tesori del suo museo?

Detroit, può una città vendere i tesori del suo museo?

 

Ha certamente fatto colpo la notizia circolata in questa fine luglio che Detroit, città in bancarotta, per ripianare i suoi debiti di 20 miliardi di dollari avrebbe fatto quotare da Christie’s le opere conservate nel prestigioso Dia, il Detroit Institut of Art. Il Dia non è un museo da poco: è stato inaugurato nel 1885 e oggi possiede 65mila opere e registra ogni anno 600mila visitatori (il doppio di Brera, per intenderci). A differenza di quasi tutti i grandi musei americani quello di Detroit è comunale, riceve sovvenzioni pubbliche, in forza della sua grande funzione educativa e di studio e conoscenza della storia del Michigan, lo stato di cui Detroit è la decaduta capitale. Oltrettutto il Dia oggi ha buoni bilanci, anche se in passato era passato per momenti burrascosi, affrontando lunghi momenti di chiusura. Paradossalmente in America dunque assistiamo alla parabola di un’istituzione museale che sostiene l’ente pubblico a cui appartiene e non viceversa: le prime valutazioni sui tesori custoditi nelle sale del Dia ha indicato un valore di 2,5 miliardi di dollari (e sono tanti i capolavori italiani che garnantiscono questa cifra). È difficile che la minaccia del commissario che amministra la città possa diventare realtà: Bill Schuette, procuratore generale del Michigan, ha dichiarato che le opere d'arte, per la legge dello stato, sono 'tenute in custodia per il pubblico e possono essere vendute solo per acquistare altre opere d'arte e non per soddisfare i beni comunali...". A Detroit tutti sperano che abbia davvero ragione. E il Chapter 9 - la procedura prevista dal governo federale per assistere le municipalità in fase di ristrutturazione economica a seguito di bancarotta - non prevede l'obbligo di vendita dei beni artistici per rastrellare capitali.
Ma la vicenda di Detroit ripropone il tema del valore “civile” che i musei hanno nella vita americana.
Come riferisce l’annuale Rapporto dell’American Alliance of Museums, i visitatori ogni anno superano gli 850 milioni, il doppio di quanti assistano complessivamente alla maggiori leghe sportive. Straordinaria anche la presenza online dei musei, che toccano 524 milioni di visite annue, in grande crescita. I volontari danno complessivamente un milione di ore ogni settimana.

Gli investimenti in programmi educativi per le scuole hanno superato i 2 miliardi di dollari; e i musei accolgono 55milioni di visite da parte di studenti in gruppo.
I musei danno lavoro a più di 400mila persone e contribuiscono con 21 miliardi ogni anno al Pil americano. Ed è solo una parte del  contributo che l’industria non profit della cultura e delle arti dà all’economia Usa: la somma totale tocca infatti i 135 miliardi, con 4 milioni di dipendenti e 22 miliardi in tasse pagate. Infine un ultimo dato molto interssante: ogni dollaro che le amministrazioni locali nel supporto delle arti, ha un ritorno di sette volte in tasse.
Certamente è una situazione imparagonabile per tanti motivi con l’Italia. E ha anche dei punti d’ombra, come il fatto che i musei possono disfarsi di parte dei loro patrimoni o innescare logiche di competizione economica tra di loro. Ma il caso americano insegna quanto la cultura e le arti possano essere davvero un volano economico e quanto i privati possano contribuire a un bene pubblico. Per tutti questi motivi è infine davvero difficile pensare che Detroit venda i suoi tesori.

Nell'immagine: Marta e Maria di Caravaggio, tra i tesori del Detroit Institute of art



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